A terrorist organization has become a state. A very particular one, with borders defined by an invisbile conflict and with an eterogeneous population, western and eastern at the same time. A state made up by peducated in the best western universities and yet, at the same time, exotic and even barbaric. A state with no governament, between revolution and reaction, moral and perversion. This is ISIS, the misteryous Islamic State that, until now, has shown himself only through images. Raw footage of decapitations, shown to a skeptic West. Are this images true? Is ISIS itself true or is it just an invention? How can we believe something that is known only thanks to photographies, which, by the way, are more effective when hidden than when openly shown, in this world already dominated by violence. The true face of ISIS and of these photographs is maybe the last chance for photography to prove that there is still some truth. This project wants to focus on these themes, on the power of images, on the violence of images on the images’ ability to tell the truth. This project is a women’s one, the same women that ISIS allegedly has enslaved, tortured, and sometimes recruited as soldiers. The orange and the black become the two poles of an explosive mix, both the Guantanamo one and now the one of ISIS’ decapitations (either true or fake) and the one of these pictures (fake but so true at the same time).

Un’organizzazione terroristica che diventa Stato. Uno stato particolare, con confini liquidi,
non definiti, costantemente plasmati da una guerra invisibile, con una popolazione eterogenea, al contempo occidentale e orientale, educata nelle migliori università del ricco Ovest, eppure esotica, addirittura barbarica. Uno stato senza un governo, pericolosamente anarchico, in costante bilico tra rivoluzione e reazione, morale e perversione. Questo è l’ISIS, il misterioso Stato Islamico del Levante, che, fino ad ora, si è globalmente propagato quasi esclusivamente tramite immagini. Fotografie crude di decapitazioni, che vengono mostrate ad un Occidente incredulo, da un lato censore, dall’altro morboso voyeur. Quanto c’è di vero in queste immagini (e nell’ISIS)? Quanto si può credere a qualcosa che, al di fuori del supposto teatro di guerra, si comunica solo attraverso fotogrammi che, in fin dei conti, risulta più scandaloso censurare che mostrare, in un mondo visivamente già dominato dalla violenza. Il backstage dell’ISIS e la veriditicità di quest’ultimo è forse l’ultima chance della fotografia per reclamare qualche forma di autenticità? Questo progetto vuole riflettere su questi temi, sul potere delle immagini, sulla violenza di queste ultime e sulla loro capacità di dire la verità. Un progetto realizzato da donne, le stesse donne che a centinaia si dice l’ISIS schiavizzi e violenti o addirittura recluti. L’arancione e il nero diventano i due poli di un mix esplosivo, prima quello di Guantanamo e ora quello delle decapitazioni (vere o false) dell’ISIS e di queste foto (false ma vere al contempo).